Negli ospedali italiani, il personale utilizza tablet e telefoni per mettere in contatto i pazienti ricoverati con i loro parenti che altrimenti non possono visitarli.

Milano è anche la capitale della paura, della solitudine e della disoccupazione

Gea, la nostra corrispondente a Milano, febbricitante e probabilmente contagiata dal coronavirus, è legata al mondo dal telefono. Riceve messaggi carichi d'ansia tutto il giorno, che raccontano la tragedia che si sta consumando in Italia. Quella dei malati e di un Paese ferito dal confinamento. Anche Gabriele Galimberti, il fotografo, ha la febbre. Non esce più, ma sceglie per noi immagini fatte da altri.

Sono chiusa in casa, con un apparecchio che controlla quanto ossigeno mi entra nei polmoni.

Il cellulare è il mio filtro col mondo, e i messaggi che ricevo in questi giorni sono dispacci di una tragedia.
Una tragedia che non è ancora visibile nella sua interezza, ma che si compone ogni giorno di nuovi frammenti, di drammi umani, di drammi sociali, dell’angoscia che pervade l’aria infetta di questa città e di milioni di altre.

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