Foto: Gabriele Galimberti. Nell'ospedale principale di Milano, la bara contenente il corpo di un cittadino straniero aspetta di essere spedita nel suo Paese d'origine.

Al cimitero di Milano, dove si stanno preparando a ricevere le salme

Nel quinto giorno di quarantena totale a Milano, i nostri giornalisti Gea, 40 anni, leggera tosse, temperatura 36,5°, e Gabriele, 42 anni, senza sintomi influenzali, temperatura 36,7°, hanno sfidato il divieto di andare al cimitero. Presto, si dice, i corpi arriveranno a frotte. In Lombardia ci sono 700 persone in terapia intensiva e 1.000 sono già morte.

L’elenco dei morti da seppellire arriva tutti i giorni nel tardo pomeriggio: bisogna prepararsi per l’indomani, i primi cadaveri devono essere già sottoterra alle nove della mattina. Venerdì, a dire il vero, ce n’erano soltanto una manciata, eppure il cimitero maggiore di Milano - una fortezza con 50 campi di sepoltura, 100 mila corpi interrati e gli autobus per spostarsi all’interno - era piuttosto affollato di personale.

Lavoratori in tuta blu e mascherina si muovevano sui piazzali coi loro attrezzi, in piccoli gruppetti nonostante il divieto di assembramento. I loro sguardi ci hanno seguito non appena varcato l’ingresso: di questi tempi i visitatori sono una rarità, e ci sono norme di sicurezza da seguire.
Nella camera mortuaria, affianco a un cartello che rassicura che il pericolo di contagio per coronavirus non esiste quando i corpi sono privi di vita, una salma in una bara attendeva di essere restituita al Paese di appartenenza; tutto intorno, in contenitori di metallo, decine di corpi ridotti a mucchietti di ossa stavano per essere trasferiti nell’ossario comune. «Sono interventi normali, non c’è niente di strano», ha spifferato uno degli inservienti. «Non ancora, almeno».

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