Milano, Piazza Duomo, 8 marzo 2020: nel primo giorno di quarantena, la piazza è ancora affollata. @Gabriele Galimberti

A Milano la quarantena c'è, ma ancora non sembra reale

Milano, 8 marzo 2020, primo giorno della chiusura totale di Lombardia e di parte del Veneto, 15 milioni di abitanti. Condizione di salute dei nostri giornalisti: Gea, 40 anni, un po' di influenza, temperatura: 36,9 ° C. Gabriele, 42 anni, senza sintomi influenzali, temperatura: 36,8 ° C. Al momento, sembra dominare la mancanza di disciplina. Eccezion fatta per quelli che, nella notte tra sabato a domenica, hanno preso d'assalto i treni a sud per scappare dalla zona rossa.

Diciamolo subito: se l’esempio è il nostro, siamo finiti. Noi, voi, tutti: milanesi, lombardi, italiani, svizzeri, francesi, europei.
L’abbiamo capito alle quattro del primo giorno, la domenica dell’Armegeddon, la lotta tra il bene e il male, salendo sul tetto del Duomo, l’iconica cattedrale di Milano. Il più tipico dei giri turistici durante la più dura quarantena che una capitale occidentale abbia mai sperimentato in tempi di pace: sulla carta, almeno.

La notizia della chiusura della Lombardia per evitare la diffusione del coronavirus - dal 23 febbraio 6.377 contagiati e 366 morti - è arrivata sabato 7 marzo a ora di cena, attraverso l’anticipazione di un decreto del governo pubblicata su tutti i giornali. Diceva che nessuno poteva più uscire ed entrare dalla regione e persino muoversi in città a partire dalla mezzanotte; i locali sarebbero rimasti chiusi, così come i teatri, i cinema e i musei. Niente matrimoni e niente funerali, e per parlare con qualcuno obbligo di stargli a un metro di distanza. Quando tre ore dopo il testo è stato varato, erano già partiti treni carichi di gente diretta a Sud: il virus sull’Alta Velocità.

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